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Rimini: dove il mare e il cinema si incontrano

La storia di Rimini ha avuto inizio dalla spiaggia: dal paleolitico, l’uomo primitivo ha abitato la zona tra la costa e il colle di Covignano e proprio intorno alla sua spiaggia l’intera zona ha costruito la sua notorietà. La provincia di Rimini ha da sempre rappresentato una terra di confine, tra il nord gallo-germanico e il centro-sud greco-latino, bizantino ed arabo. Successivamente, sin dall’alto Medioevo ecco che quest’area rappresenta la suddivisione tra l’impero romano e quello longobardo. Queste dinamiche storiche hanno coinvolto anche la gastronomia del luogo, che inevitabilmente non ha potuto sottrarsi all’influenza della storia su di essa.
Tutto ciò ha provocato un’interessante commistione di usi e costumi, anche in ambito culinario, che tutt’oggi caratterizza quest’area, per cui è normale trovare nella cucina di questa zona un’alternanza giustificata da secoli di tradizioni nell’utilizzo dei diversi grassi da cucina. Lo strutto, il burro e l’olio d’oliva trovano una loro giusta collocazione a seconda del piatto che si sta preparando: la piada, dunque, necessita assolutamente dell’utilizzo dello strutto, la polenta, di origini più nordiche richiama l’utilizzo del burro ed, infine, le verdure, alimento più legato alla tradizione mediterranea, richiedono l’utilizzo dell’olio per la loro preparazione. Ovviamente tutta la cultura culinaria di questa zona è altamente influenzata dalla presenza del mare e dalle attività ad esso correlate: il pesce azzurro, oggi tanto in voga, inizialmente veniva cucinato solo per soddisfare le esigenze alimentari della popolazione appartenente ai ceti meno abbienti. La posizione di confine tra il Mare Adriatico e il fiume Marecchia ha pure influenzato le scelte culinarie legate al pesce perché Rimini “città dai due porti, l’uno ad opera del mare, l’altro fatto dalla bocca del fiume”, come veniva definita nel XIV secolo, non dimentica mai il corso d’acqua che nasce dall’Alpe della Luna e che, dopo 70 chilometri, sfocia proprio qui.

AMARCORD: IL FILM

Amarcord è un film del 1973 diretto da Federico Fellini. La vicenda, ambientata dall’inizio della primavera del 1932 all’inizio della primavera del 1933, in una Rimini onirica ricostruita a Cinecittà, narra la vita nell’antico borgo (o e’ borg, come a Rimini conoscono il quartiere di San Giuliano) e dei suoi più o meno particolari abitanti.
Questa rivisitazione, tutta ricostruita e mai così vera, della Rimini dei primi anni ’30, col fascismo trionfante, l’apparizione notturna del transatlantico Rex, il passaggio delle Mille Miglia, la visita allo zio matto e la bella Gradisca, ha consentito al film di conquistare un Oscar come miglior film straniero. Umorismo, buffoneria, divertimento, finezze, melanconia, tutto questo è Amarcord!

La notorietà di questo film è tale che lo stesso titolo “Amarcord” (derivante per composizione dall’espressione in dialetto romagnolo “a m’arcord ”, ossia “io mi ricordo ”) è diventato un neologismo della lingua italiana, con il significato di rievocazione in chiave nostalgica.

RIMINI AL CINEMA

Tutti associano Rimini al film Amarcord, ma la riviera romagnola ha fatto da sfondo a diverse altre pellicole, dal divertente Rimini-Rimini del 1987 e il suo sequel dell’anno successivo all’ironico Abbronzatissimi del 1991, dal celebre Fantozzi – il ritorno, nono episodio della saga, girato nel 1996, all’innovativo Da zero a dieci del cantante Ligabue, del 2002.

Tornando al passato, non si può non ricordare un classico come I vitelloni, che ha preceduto Amarcord di vent’anni, incentrato attorno a un gruppo di cinque giovani di Rimini: l’intellettuale Leopoldo, il donnaiolo Fausto, il maturo Moraldo, l’infantile Alberto e l’inguaribile giocatore Riccardo. Una curiosità del film, che vede tra i suoi protagonisti anche Alberto Sordi, è che nonostante il film sia ambientato a Rimini, Fellini decise di effettuare le riprese tra Firenze, Viterbo, Ostia e Roma.
Una citazione merita anche La prima notte di quiete del 1972, con Alain Delon e Giancarlo Giannini, ritenuto un cult degli anni ’70 e totalmente restaurato nel 2009.

NON DIMENTICHIAMO RICCIONE

Riccione ha circa un quarto degli abitanti di Rimini, ma la sua posizione centrale rispetto a Cattolica ed appunto Rimini, città dalle quali dista di circa 10 chilometri a nord e sud, la colloca quasi come capitale simbolica di un’area geografica associati dai giovani al puro divertimento.
I primi resti archeologici di insediamenti ritrovati in zona risalgono al secondo secolo avanti Cristo, ma è molto curioso scoprire che solo dal Cinquecento all’Ottocento si assiste ad una espansione della spiaggia, che fino a quel momento non si sapeva come utilizzare; esistono scritti che segnalano addirittura progetti di utilizzo di parte dell’arenile come campi per risaie, in tempi in cui stare a prendere il sole su una sdraio, non era evidentemente un pensiero che poteva prendere forma nella mente del popolo.
Le origini del turismo a Riccione risalgono quindi solo alla fine dell’Ottocento, quando cominciano a sorgere in città, eleganti residenze utilizzate da ricchi personaggi che giungevano sul posto per mezzo della linea ferroviaria Bologna – Ancona, pienamente operativa attorno all’ultimo ventennio dell’Ottocento. È in questo periodo che vengono scoperti tutti i vantaggi di utilizzare l’arenile a scopo turistico e da questo momento sarà proprio il turismo la risorsa principale della città.
Dopo la seconda guerra mondiale, avviene anche un vero boom demografico, che porta Riccione dagli 8.000 abitanti del 1936 agli oltre 35.000 attuali; curioso il fatto che il conflitto bellico non abbia portato qui né devastazioni, né vittime, nonostante la presenza di Villa Mussolini, oggi aperta ad eventi pubblici.

PARLIAMO IL RIMINESE

Una delle espressioni che conosce più varianti è senza dubbia quella legata al concetto di saltare un giorno di scuola di nascosto ai genitori. Sembra che la declinazione di Rimini sia “Fare Puffi”, ma solo i più giovani potranno verificare se questo è vero.
Per stare in tema gastronomico sembra diffuso il detto “La pida sé parsot la pis un Po m’ a tot”, che significa “La piadina col prosciutto piace un po’ a tutti”.
Ma chiunque sia stato a Rimini avrà sicuramente notato la locuzione “Ah Di”, usata di norma per concludere un discorso ed il suo significato è un modo rassegnato per prendere atto di una cosa. Sono due parole lasciate cadere durante la conversazione quando si capisce che non c’è una via di uscita logica. Si dice “Ah Di” e il discorso è praticamente chiuso. Quattro lettere che sintetizzano un’intera frase, che potrebbe suonare come “cosa ci possiamo fare, prendiamone atto e andiamo avanti”.
Non si sente più invece il grido “Purazi…doni!”, cioè “Vongole…donne!”, il vecchio grido delle donne bellariesi che un tempo, a piedi o in bicicletta, vendevano le vongole pescate dai mariti di strada in strada.

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