Grazie alle correnti dello Stretto di Messina, le acque del mare della Costa Viola e soprattutto di Scilla, sono molto limpide. Per questo motivo da più di 2000 anni, in queste acque è praticata la pesca del pescespada.
In passato l’avvistamento veniva fatto dalla terraferma, cioè dall’alto del castello Ruffo o da alture vicine. Alle urla della vedetta, i compagni, su particolari imbarcazioni (lontri), costeggiavano la costa. Oggi il lontro è stato sostituito dalla passerella, costituita da un albero alto più di trenta metri, alla cui sommità un marinaio ha il compito di avvistare il pesce. Nonostante ciò, la tecnica della pesca non è mutata. Il ramponiere è dotato di un arpione di una lunghezza di circa quattro metri e mezzo con una punta di ferro che si apre appena entra nel corpo del pesce, il quale, una volta dissanguato e stremato, viene tirato sull’imbarcazione.
La caccia è resa un evento spettacolare anche da alcuni rituali rigorosamente tramandati e rispettati, tra i quali l’incisione di una croce che il pescatore fa con le unghie della mano vicino all’orecchio destro del pesce. Il sanguinoso scontro tra l’uomo e il pescespada, in cui i protagonisti mettono in gioco la propria abilità e la propria forza, ha fatto sì che sin dai tempi remoti si parlasse di caccia e non di pesca al pescespada.

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