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Viaggiare

La Val di Fassa

© DMITRY A. MOTTL – CC BY-SA 3.0 – Gruppo Sella

Un territorio di soli 315 chilometri quadrati e meno di 10.000 abitanti, distribuiti in 7 comuni: questa è l’incantevole Val di Fassa, circondata da alcuni dei più importanti massicci delle Dolomiti, i Monti Pallidi e attraversata per intero dal torrente Avisio, un affluente di sinistra del fiume Adige.

I Monti Palladi comprendo vette altisonanti, come la Marmolada, il Gruppo del Sella, il Gruppo del Sassolungo, il Gruppo del Catinaccio, ma anche montagne a litologia non dolomitica quali il Buffaure e i Monzoni.
I comuni che ne fanno parte sono, da sud a nord, Moena, Soraga, Vigo di Fassa, Pozza di Fassa, Mazzin, Campitello di Fassa e Canazei: una ventina di chilometri separano le 2 località estreme ed è incredibile come, in un territorio così ridotto, possano coesistere tante meraviglie della natura.
È l’unica valle trentina (assieme alle valli di Gardena e Badia in Alto Adige e alla valle di Livinallongo e parte della conca ampezzana in Veneto), dove tuttora si parla la lingua ladina, nel cui gergo la valle prende il nome di “Val de Fascia”: natura, storia e gastronomia ne raccontano le origine e un presente di grande successo turistico.

«La bolp era endò famèda. Te chela
la veit n corf con n toch de formai
tel bech. “Chel, vé, me saessa bon”,
la se peissa e la ge disc al corf: “Che
bel che t’es! Se tie ciantèr l’é scì bel
che tia parbuda dapò t’es de segur
tu l più bel anter duc i ucìe.”»

Versione in “Ladin de Fascia”
della celebre favola
“La volpe e il corvo”, Fedro.

NELLA VALLE PER… SPORT

Amate camminare all’aria aperta? Vi piace arrampicarvi su verdeggianti saliscendi con le vostre biciclette? Volete provare l’ebrezza di affrontare su un canotto un torrente impetuoso? Allora siete nel posto giusto, dove parole come trekking, biking, snowboarding, rafting e canyoning sono tra le più gettonate a livello internazionale, un luogo dove passeggiare in sicurezza con tutta la famiglia o ricercare i propri limiti su percorsi e sfide estreme.
La Via Alpina, il sentiero per l’Europa che vuole unire Trieste a Montecarlo, attraverso 340 tappe in 8 Paesi dell’Europa alpina, lungo 5.000 chilometri di affascinanti percorsi, dedica ben 4 tappe proprio a questa valle, attraverso scenari maestosi ed imponenti. Numerosi rifugi assicurano sempre una totale assistenza lungo l’intero tratto del sentiero, assicurando agli escursionisti vitto e alloggio, oltre al calore dell’ospitalità locale. Un anello escursionistico di circa 200 chilometri, equivalenti a 60 ore di cammino suddivise in 20 tappe, è la straordinaria esperienza del Trekking delle Leggende, una camminata d’alta quota unica al mondo, che esprime la sua unicità soprattutto all’alba e al tramonto, quando i raggi del sole sembrano infiammare le rocce che acquisiscono la tipica colorazione rossastra: è il fenomeno noto con il nome di enrosadira, quando la maggior parte delle cime delle Dolomiti assumono un colore rossastro, che passa gradatamente al viola. Curiosa è l’etimologia del termine, che letteralmente significa “diventare di color rosa” e deriva dalla parola ladina “rosadüra” o “enrosadöra”.
Le abbondanti nevicate invernali consentono agli appassionati di sci e snowboard di soddisfare la propria passione, attraverso i 235 chilometri in cui si sviluppano le 128 piste della valle: le 9 diverse aree sciistiche sono perfettamente connesse sia attraverso piste di collegamento, sia grazie ai comodi servizi skibus.
Con l’arrivo della primavera, i ghiacciai si sciolgono e alimentano il torrente Avisio, trasformandolo in un vero parco dei divertimenti per tutti coloro che amano affrontare le rapide con canoe, canotti o semplicemente… a piedi.

LE ORIGINI DEL LADINO

Il “ladin dolomitan”, in italiano ladino dolomitico, è costituito da una serie di dialetti, tutti appartenenti al gruppo linguistico ladino presente oltre che nelle Dolomiti anche nel Friuli e nel Cantone dei Grigioni in Svizzera. Nella Ladinia, la regione alpina dolomitica ove è storicamente endemica la lingua ladina, è di gran lunga la lingua più parlata, attraverso le cinque vallate e i suoi 30.000 abitanti, che rappresentano ciò che resta di un territorio, dove si parla e si scrive il ladino, in passato molto più espanso.
La lingua ladina appartiene alla più ampia categoria delle lingue retoromanze, un raggruppamento di lingue neolatine unite da strette affinità e parlate da un numero compreso tra 700 e 900 mila persone nella parte centro-orientale dell’arco alpino.
Il ladino è una lingua molto antica che antecede la nascita di molti dialetti italiani e che ha resistito alle pressioni esterne grazie alla morfologia naturale che la ospitava; la migrazione delle popolazioni germaniche, provocò un grosso contenimento della lingua ladina, che riuscì a sopravvivere solo nelle valli secondarie, ai tempi poco raggiungibili. Oggi la cultura e la lingua ladina si identificano anche con la propria bandiera, che rappresenta per molti motivo di grande orgoglio: a strisce orizzontali, celeste-bianco-verde, rappresenta il celeste del cielo, il bianco della neve e il verde dei prati, le principali caratteristiche del territorio in cui vive questa minoranza linguistica.
Negli ultimi anni la lingua ladina ha fatto molti progressi, al punto che nelle scuole della Val Badia, della Val Gardena e della Val di Fassa l’insegnamento del ladino sia parlato che scritto si è affiancato a pieno titolo all’italiano e all’inglese.

UN CONTROVERSO SANTUARIO

La chiesetta di Santa Giuliana è una chiesa piccolina e molto delicata, un Santuario, che venne consacrato nel 1452 dal cardinale Nicolò Cusano. Situato sul Dosso del Ciaslìr, dove erano stati rinvenuti i resti di un castelliere preistorico, fu costruito nella metà del XV sec. in stile gotico e può essere raggiunta dopo una lunga camminata in mezzo ai prati di Vigo di Fassa.
Sospesa tra tradizioni e leggende, la chiesetta di Santa Giuliana è ancora oggi luogo di culto amato dagli abitanti, ma sono scarse le notizie sulle sue origini, sostituite da curiose leggende.
Per comprenderne il significato, bisogna sottolineare la grande devozione a Santa Giuliana che fu testimoniata dalla popolazione dopo il secondo conflitto mondiale, quando la gente di Fassa si recò al santuario per ringraziare la Santa dell’incolumità della valle, scampata miracolosamente alle stragi e agli orrori della guerra che avevano investito le zone circostanti.
La leggenda racconta che i Fassani fecero voto a Santa Giuliana di edificarle una chiesetta, in caso di esito positivo nella guerra e una volta tornati vincitori dalla battaglia, non riuscivano però a mettersi d’accordo sul luogo in cui edificare la chiesa, se a Pianaz o più a sud e alla fine prevalse la scelta dei tedeschi verso il primo sito.

Il Santuario di Santa Giuliana

Una volta iniziati i lavori, il muro di cinta della chiesa cadeva sempre: ogni mattino il muro veniva eretto, la sera era correttamente in piedi, il mattino seguente le pietre erano sparpagliate ovunque e il muro non esisteva più. Credendo di trovarsi di fronte a un fenomeno paranormale, i Fassani decisero di fare dei turni per scoprire chi si divertisse a buttar giù le mura, ma non scoprirono nulla. Semplicemente, durante la notte le pietre di cinta cadevano da sole e rotolavano via.
Il prodigio fu attribuito a Santa Giuliana, perché il posto non le era affatto gradito; così, per decidere dove edificare la chiesetta, si decise di prendere due buoi giovani, che non avevano trainato ancora nessun carro, e di lasciarli vagare tra le montagne fino alla loro sosta e lì sarebbe sorta la chiesa.
Così fu fatto, e i due buoi si fermarono esattamente nel luogo in cui oggi sorge il Santuario.
Secondo una seconda versione della leggenda, gli operai che costruivano la chiesa si ferivano continuamente e subivano numerosi, e inspiegabili, infortuni, fino a quando uno stormo di corvi arrivò portò via gli attrezzi insanguinati dei carpentieri, depositandoli nel luogo in cui oggi sorge il Santuario, come a segnalare che era lì che Santa Giuliana voleva venisse edificata la chiesa a lei dedicata.

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